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marzo 21, 2012

L’Europa tra tecnocrazia e populismo

di Matteo Zola

Uno spettro si aggira per l’Europa, la tecnocrazia. Governi non eletti dal popolo che distruggono, a colpi di misure di austerità, diritti e benessere. La democrazia, per non uscirne sconfitta, deve ritrovare nel suffragio universale la forza per limitare il potere di tecnici che, a ben vedere, sono rappresentanti di quel mondo finanziario che ha generato la crisi che ora pretende di risolvere. Una pretesa assurda, forse falsa, che cela l’intenzione di instaurare un regime finanziario a scapito delle democrazie parlamentari.

Paura eh?

Questi sono gli argomenti di coloro che, a sinistra e a destra, seminano panico e sgomento nella popolazione. Ma le cose stanno davvero così? Non del tutto, forse. E anzi occorre fare attenzione a non cadere dalla padella (della tecnocrazia) alla brace (del populismo).

gennaio 4, 2012

Fuori la Gran Bretagna dall’Europa. Dentro le pieghe del nuovo trattato

di Matteo Zola

Che cosa esce dal vertice fiume di Bruxelles, durato ben undici ore, e conclusosi nella mattinata di oggi? Esce che l’Europa è sempre quella “vecchia”, con unaGermania quale potenza continentale, una Francia antagonista e partner che ne bilancia la leadership, una Gran Bretagna che chiusa nella sua isola mal sopporta un incremento del potere franco-tedesco, un’Italia che si crede importante, e tanti piccoli stati che si allineano a seconda degli interessi economici in campo. Esce però anche un’Europa “nuova”, che getta le basi per una reale unità politica. Ma queste sono considerazioni – mi si dirà – buone per il caffé della domenica. E siamo solo a venerdì. Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste l’accordo (il fiscal compact, come l’aveva battezzato Mario Draghi) e quali possano essere, al di là delle contrapposizioni di cui sopra, le conseguenze per l’Europa e per il nostro futuro.

dicembre 26, 2011

La svolta populista e i pericoli per l’Europa, il caso ungherese

di Matteo Zola

Cosa sta succedendo in Ungheria? e come gli eventi magiari possono ripercuotersi in Europa? Budapest è oggi la capitale di un piccolo Paese, spesso ai margini della vita politica internazionale, ma non è sempre stato così e l’antica grandezza ha lasciato residui di grandeur su cui oggi è facile erigere politiche di stampo nazionalistico. Per comprendere i fatti di queste settimane, legati all’approvazione della nuova Costituzione, è necessario fare un passo indietro.

Un anno fa, nell’aprile 2010, si sono tenute le elezioni parlamentari. Tutti abbiamo salutato la vittoria di Fidesz come l’avvento di un partito giovane, europeo, più adatto a farsi interprete dei tempi nuovi rispetto al vecchio e polveroso governo socialista, protagonista di corruttele e legato al passato comunista. Il nuovo premier, Viktor Orban, prometteva ci cambiare il Paese. Fino a quel momento unico elemento di preoccupazione fu Jobbik, partito d’ispirazione fascista che si riferisce al mito della Grande Ungheria con forti connotazioni antisemite, che infine ottenne il 12% dei consensi. In generale Jobbik si fa portavoce dele istanze degli ungheresi d’oltre confine, in Romania, Slovacchia e Croazia, tagliati fuori dai confini del nuovo stato dopo che la Grande Ungheria fu ridimensionata a seguito della Prima guerra mondiale. Paradossalmente la Grande Ungheria, e il regno ungherese dalle origini, fu sempre multiculturale – una scelta obbligata vista l’indifendibilità dei suoi confini – e per questo patria ideale per molte minoranze in fuga, tra cui gli ebrei.

dicembre 13, 2011

Quando la Turchia è Europa

di Giuseppe Mancini e Matteo Zola

Il dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è di quelli che accendono gli animi. Il fronte del “no”, che finora ha avuto la meglio, è eterogeneo e diversi sono gli ordini di problemi: in primis c’è il fatto che la ripartizione dei seggi al Parlamento europeo è basato sulla popolazione, tanto più popoloso è uno Stato, tanti più seggi avrà. Oggi la Germania è il paese con più seggi, ben 96. La Turchia, con una popolazione pressoché pari a quella tedesca, si troverebbe ad avere molti (troppi, secondo alcuni) seggi. Tanto più, e questo in secundis, che la Turchia è un paese musulmano e l’Europa in cerca d’identità non sembra in grado di accettare il proprio retaggio islamico.

novembre 10, 2011

La rivoluzione islandese, un modello esportabile?

di Matteo Zola

C’è un’isola tra i ghiacci e i vulcani che rischiava di affondare tra i debiti della finanza creativa, un’isola che ha combattuto lo sciacallaggio delle banche, che ha rifiutato il giogo del Fondo monetario internazionale e si è sottratta alla morsa russa. E’ l’Islanda, il cui popolo ha detto che il debito contratto era in realtà odioso, poichécontratto contro la volontà e gli interessi dei cittadini che – quindi – non sono obbligati a onorarlo. Così oggi, tra i geyser degli iperborei, va in scena quella che alcuni chiamano “rivoluzione“.

luglio 29, 2011

Moody’s taglia il rating a Cipro, sarà il prossimo Paese da salvare

di Matteo Zola

Dalle parti di Nicosia ne stanno succedendo di cotte e di crude, ad appena un mese dalle elezioni parlamentari i ministri del governo si dimettono. Non bastasse, un carico di munizioni è esploso incidentalmente causando danni alla principale centrale elettrica del Paese che ora è al buio, in piena crisi energetica. Intanto Erdogan va a trovare i turco-ciprioti della parte nord dell’isola dicendo chiaro e tondo che Cipro nord e la Turchia sono una cosa sola: alla faccia dei negoziati Onu appena (ri)cominciati. E infine, dulcis in fundoMoody’s taglia il rating a Ciproabbassandolo di due gradini: da A2 a Baa1. Il Financial Times dichiara: “potrebbe essere il quarto Paese da salvare”. Tutti giù per terra.

luglio 23, 2011

Utoya e il fondamentalismo cattolico

di Matteo Zola

E’ successo. L’Europa ha avuto un brusco risveglio stamane. Un’autobomba è esplosa ieri nel centro di Oslo, a pochi passi dal palazzo che ospita gli uffici del primo ministro e numerose redazioni di quotidiani. Alle 15.36 una nera nube di fumo si alza dal cuore politico della città, l’attentato è avvenuto sulla Akergataa, la strada che porta alla fortezza di Akershus, lo storico bastione eretto a protezione del porto. La deflagrazione distrugge gli edifici che si affacciano sulla strada e fa saltare le finestre di tutti quelli circostanti. Lo scoppio, i detriti e le schegge di vetro si abbattono sui passanti. Una decina i morti. Il primo ministro laburista Jens Stoltenberg non era nei suoi uffici. Viene portato in un luogo segreto per alcune ore. Avrebbe dovuto recarsi all’isola di Utoya per portare i suoi saluti ai giovani laburisti in raduno, tra loro anche i suoi figli. Ad andarci è invece l’attentatore.

luglio 4, 2011

E Tusk guida l’Europa: “Basta ipocrisie, riprendiamo l’allargamento a est”

di Matteo Zola

Dal primo luglio la semestrale presidenza di turno dell’Unione Europea è passata alla Polonia che raccoglie il testimone dall’euroscettica Ungheria. Il tono della presidenza polacca sarà però di tutt’altro tenore. La Polonia ha chiuso il 2010 con unPil in vertiginosa ascesa, + 3%, seconda solo alla Germania, e con un’economia che ha saputo resistere benissimo alla crisi finanziaria. Un piccolo miracolo che ha fatto parlare di “seconda locomotiva” europea. Il premier Tusk ha già messo le cose in chiaro: basta ipocrisie, basta euroscetticismo. Anzi è ora di riprendere l’allargamento a est.

Più e più” nazioni devono aderire all’Unione, ha affermato Tusk, e “i problemi del sud non devono andare scapito dell’est“. E parlando di sud, Tusk intende la crisi greca ma anche la guerra in Libia che ha “riportato al centro il Mediterraneo” svelando però “l’ipocrisia dei membri occidentali”. Ipocrisia di Paesi che “usano il linguaggio dell’egoismo nazionalista e del protezionismo“, colpevoli di erodere il consenso attorno all’Unione con retoriche che, pur non esplicitamente antieuropeiste, sottendono critiche spesso pretestuose al progetto comunitario. E fa i nomi, Tusk; “GermaniaFrancia, Gran Bretagna e Italia, strumentalizzano la crisi greca e l’immigrazione per mettere in discussione Shenghen e il budget europeo. I leader di questi Paesi non capiscono l’idea di Europa“.

La Polonia è il Paese che più di tutti in Europa gode dei benefici dei fondi europei: ben 10 miliardi di euro che ogni anno finiscono nelle casse polacche. La Gran Bretagna ha proposto di ridurre il budget europeo in tempi di crisi, ognuno deve pensare alla sua politica interna, è il messaggio di Londra. Ma Tusk non ci sta, forte di una popolazione che all’80% si dichiara favorevole all’Unione Europea, il premier polacco si permette di tirare le orecchie ai “grandi” del vecchio continente. “Ci umiliate” ha detto riferendosi al summit che, nel febbraio scorso, il cancelliere tedesco Angela Merkel aveva proposto ai soli membri dell’eurozona. Un’eurozona cui la Polonia intende aderire ma senza fretta, prima bisogna “rinforzare l’economia” e con questi chiari di luna come dargli torto. “Cerchiamo di ricordare la vera ragione della crisi attuale” ha detto Tusk. “Dove sono le istituzioni che hanno portato alla crisi finanziaria? Sono a Bucarest o Vilnius, oppure a New York e Londra? Quindi di che cosa stiamo parlando? Se stiamo parlando di prevenire la crisi finanziaria allora non possiamo taglire il bilancio”. Touché.

Il predecessore di Tusk alla semestrale presidenza dell’Unione, l’ungherese Viktor Orban, aveva gravemente criticato l’Ue paragonandola alla Mosca sovietica. E il premier polacco sembra rivolgersi a lui quando dice “sono stato attivista di Solidarnoscquando la Polonia era sotto il controllo di Mosca ed era in vigore la legge marziale. A chi parla di ‘sovranità limitata’ dico che noi siamo stati occupati dalla Russia sovietica e sappiamo riconoscere le forme di limitazione alla libertà, e l’Unione Europea non lo è di certo”.

Quindi basta con gli indugi, la guerra in Libia o la crisi greca (entrambe prodotte “solo da alcuni membri dell’Unione”) non possono andare a scapito dell’allargamento a est: “Qualcuno può spiegarmi perché la Croazia dovrebbe soffrire a causa di Gheddafi? E come si può ancora sostenere, alla luce degli eventi in corso, che i negoziati con la Turchia non siano importanti?”. Senza dimenticare le vicineBielorussia e Ucraina dove “da una parte c’è un dittatore, mentre dall’altra un leader che non brilla per il suo passato democratico”, Paesi che non vanno abbandonati solo perché, al momento, sembrano lontani: “Pensate se trent’anni fa qualcuno avesse detto: ‘in Polonia c’è la dittatura, non c’è niente da fare’. E invece è valsa la pena investire fiducia nel nostro Paese così come oggi è necessario farlo con loro”. E conclude: “Facciamo la guerra per esportare la democrazia in Afghanistan, perché non dovremmo impegnarci anche con Bielorussia, Ucraina, Moldavia o nei Balcani?”.

Sarà un semestre carico di attese, quello polacco, anche e soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Tusk che hanno il merito di far finalmente sentire la voce del bistrattato “est” al sonnolento e sornione “ovest”. Quindi, che dire: suonala ancora, Donald!