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giugno 14, 2011

Debtocracy, quando più del debito sono odiose le prospettive

di Filip Stefanović

Qui per vedere Debtocracy.

Il Guardian l’ha definito il “samizdat del debito greco”Debtocracy, film documentario di due giornalisti, Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou, è stato prodotto in proprio con circa 8000 euro, ma, distribuito gratuitamente su internet, ha raggiunto in pochi mesi più di un milione di visualizzazioni, venendo anche trasmesso da diverse reti televisive greche locali e proiettato nelle piazze. Al momento è il must see per chiunque, in Grecia e no, voglia discutere del suo debito. Per nulla imparziale, il film vuole trasmettere pochi, chiari messaggi: le colpe dell’euro nell’indebolimento delle economie periferiche dell’Unione, lo sciacallaggio delle banche e la responsabilità del FMI nell’aggravarsi della situazione sociale greca e nella sua fattuale perdita di sovranità, l’idea che il debito contratto dalla Grecia sia in realtà odioso, e quindi il paese non obbligato ad onorarlo, con un parallelo nella storia recente dell’Argentina e dell’Ecuador.

Di indubbio impatto visivo e provocatorio, Debtocracy offre certamente svariati argomenti di riflessione, benché diversi dei punti toccati siano stati eccessivamente banalizzati, altre questioni lasciate invece in sospeso, o liquidate in maniera tutt’altro che definitiva.

maggio 9, 2011

Un’altra Weimar? Atene esca dall’euro

di Matteo Zola

In Europa si aggrottano sopracciglia, si grattano capi, con lunghi silenzi interrogativi. Già perché la Grecia ha chiesto ai partner europei un altro prestito, oltre a quello di 110 miliardi di euro già ricevuto lo scorso maggio tramite il Fondo monetario internazionale, soldi necessari dal momento che Atene non potrà raccogliere capitali sui mercati, che non si fidano. La scorsa settimana si è discusso il da farsi nel corso di una riunione “segreta” dei ministri dell’Economia di alcuni Paesi europei (alcuni, come sempre, quelli che decidono per tutti). Risultato, in Germania sui giornali si ricomincia a parlare di buttare la Grecia fuori dalla zona euro “per rilancire la competitività della sua economia”. I partiti, da destra a sinistra, si dicono d’accordo. Già nel gennaio scorso se ne era parlato, proprio mentre la crisi greca impazzava nelle borse europee.

Il vicolo cieco ellenico

Secondo gli osservatori tedeschi uscire volontariamente dalla moneta unica significa per la Grecia evitare quella “svalutazione interna” che porterebbe a drammatici tagli di salari, disoccupazione endemica, fino al rischio del collasso sociale e della guerra civile. Un’altra Weimar, insomma. Se invece Atene abbandonasse l’euro potrebbesvalutare la propria moneta tornando competitiva.

L’attuale pacchetto di aiuti proviene dall’Fmi, il fondo monetario internazionale che, con le sue ricette di austerità promuove salvataggi di economie disperate. Certo, l’abbandono della moneta unica da parte della Grecia è un gesto tragico ma i piani del Fmi lo sono altrettanto. Ecco quindi il vicolo cieco greco: uscita dall’euro, con ripercussioni economiche; nuovo prestito del Fmi, con altrettante ripercussioni economiche; tracollo e collasso sociale. Non una bella scelta. Con un secondo problema: l’uscita della Grecia potrebbe rappresentare un grave cedimento per l’unità dell’Unione.

Le “cattive ricette” del Fmi

Partiamo dalle “ricette” del Fmi. In origine, con gli accordi di Bretton Woods, il Fondo aveva lo scopo di evitare crisi economiche, favorendo lo sviluppo e mettendo al riparo da svalutazioni della moneta. Il sistema si basava su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro il quale a sua volta era agganciato all’oro. Dopo che nel 1971 il presidente americano Ricahrd Nixon sospese il gold standard (vale a dire la convertibilità del dollaro in oro) il sistema del Fmi cambiò. Oggi l’Fmi è a modello dell’economia neoliberista e si basa sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico. Per questo agisce attraverso tre canali principali: la svalutazione della moneta locale; la riduzione del deficit di bilancio; le privatizzazioni massicce. Questo comporta aumento dell’inflazione, a causa della svalutazione, e quindi l’impoverimento. I tagli di bilancio si concentrano sul settore pubblico, colpendo sanità e istruzione. Le privatizzazioni tolgono qualisiasi controllo ai prezzi delle utenze.

La “dittatura” del Fmi

Il Fondo eroga soldi solo a patto che se ne accettino i piani di aggiustamento economico. Gli Stati che accettano perdono sovranità economica. Le politiche economiche del Fmi sono obbligatorie, e scavalcano la consultazione dei cittadini: lademocrazia ne esce perciò impoverita. I cittadini, esasperati dalla disoccupazione e dall’inflazione, protestano invano. E per questo sempre più violentemente. Diventa allora necessario rafforzare gli organi di sicurezza e reprimere il dissenso. Così la democrazia viene messa ulteriormente in serio pericolo. E’ quanto avvenuto in Colombia, Tunisia, Messico. E’ quanto sta avvenendo nella vecchia Europa, in Grecia, dove le violenze sono sempre maggiori e la repressione della polizia più forte. La Grecia, cuna della democrazia, rischia di vedersela “scippata” dal Fmi.

Che fare? Se questo quadro è esatto, restare nell’euro o uscirne può essere secondario. Anzi, con una valuta locale più debole, gli effetti collaterali delle politiche del Fmi sarebbero forse più gravi.

La disgregazione europea

C’è poi un secondo ordine di problemi: quello della tenuta dell’unità europea che, mai come ora, attraversa un periodo di crisi. Sempre più partiti antieuropeisti e nazionalisti governano gli Stati d’Europa. Lo stallo di Bruxelles è evidente nellamancanza di un disegno politico unitario che vada oltre la semplice unità economica. Il processo di integrazione di nuovi membri è bloccato. La crisi economica erode consensi e produce fratture tra Paesi più e meno ricchi all’interno dell’Unione. Chiedere alla Grecia un passo indietro sembra obbedire alla logiche del disimpegno: nessuna solidarietà tra Stati, un rompete le righe generale. Per chi ancora crede in un’Europa futura è senz’altro l’ora più nera. Superare la crisi economica superando quella politica, potrebbe essere una soluzione: inventare una nuova Europa, con nuovi e più equi organismi, nel nome della coesione. Ma questa classe dirigente europea, prima ancora della volontà, ha la capacità di farlo?

Intanto l’amata ninfa rapita dal toro giace sterile tra le vuote carcasse della finanza globale.

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La crisi greca e il denaro fantasma (di Massimo Mila)