di Simone Vannuccini
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da Eurobull
Non è facile essere tolemaici quando inizia l’era copernicana. Per questo motivo in Europa emergono contraddizioni figlie più delle scelte politiche che dell’azione dei mercati; la variazione degli spreads sul rendimento dei titoli di debito pubblico rappresenta il meccanismo disciplinante più importante per le economie europee, ha detto recentemente Wolfagang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, mentre contemporaneamente ribadiva la necessità di un’unità sempre più stretta fra i Paesi europei. Entrambi gli argomenti sono corretti, anche se all’apparenza sembrano scontrarsi l’un con l’altro: il rialzo dei tassi d’interesse sul debito è senza dubbio l’indicatore della divergenza e del gap esistente fra i diversi “rischio-paese” in Europa, ed è anche l’unità di misura della scommessa contro la tenuta della vacillante costruzione europea. Allo stesso modo è evidente che dalla crisi si esce con più – e non con meno – Europa: i “costi della non-Europa” sarebbero troppo alti, anche per la Germania, così legata a doppio filo (esportazioni e intrecci bancari) ai suoi partner e compagni di viaggio del Vecchio continente. Un primo assaggio di questi costi è la correzione al ribasso delle stime di crescita “cinese” del PIL tedesco. È necessaria più Europa, quindi, per uscire dalla crisi. Peccato che la definizione precisa di cosa significhi “più Europa” resti ancora avvolta dall’incertezza.


