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dicembre 26, 2011

La svolta populista e i pericoli per l’Europa, il caso ungherese

di Matteo Zola

Cosa sta succedendo in Ungheria? e come gli eventi magiari possono ripercuotersi in Europa? Budapest è oggi la capitale di un piccolo Paese, spesso ai margini della vita politica internazionale, ma non è sempre stato così e l’antica grandezza ha lasciato residui di grandeur su cui oggi è facile erigere politiche di stampo nazionalistico. Per comprendere i fatti di queste settimane, legati all’approvazione della nuova Costituzione, è necessario fare un passo indietro.

Un anno fa, nell’aprile 2010, si sono tenute le elezioni parlamentari. Tutti abbiamo salutato la vittoria di Fidesz come l’avvento di un partito giovane, europeo, più adatto a farsi interprete dei tempi nuovi rispetto al vecchio e polveroso governo socialista, protagonista di corruttele e legato al passato comunista. Il nuovo premier, Viktor Orban, prometteva ci cambiare il Paese. Fino a quel momento unico elemento di preoccupazione fu Jobbik, partito d’ispirazione fascista che si riferisce al mito della Grande Ungheria con forti connotazioni antisemite, che infine ottenne il 12% dei consensi. In generale Jobbik si fa portavoce dele istanze degli ungheresi d’oltre confine, in Romania, Slovacchia e Croazia, tagliati fuori dai confini del nuovo stato dopo che la Grande Ungheria fu ridimensionata a seguito della Prima guerra mondiale. Paradossalmente la Grande Ungheria, e il regno ungherese dalle origini, fu sempre multiculturale – una scelta obbligata vista l’indifendibilità dei suoi confini – e per questo patria ideale per molte minoranze in fuga, tra cui gli ebrei.

luglio 23, 2011

Utoya e il fondamentalismo cattolico

di Matteo Zola

E’ successo. L’Europa ha avuto un brusco risveglio stamane. Un’autobomba è esplosa ieri nel centro di Oslo, a pochi passi dal palazzo che ospita gli uffici del primo ministro e numerose redazioni di quotidiani. Alle 15.36 una nera nube di fumo si alza dal cuore politico della città, l’attentato è avvenuto sulla Akergataa, la strada che porta alla fortezza di Akershus, lo storico bastione eretto a protezione del porto. La deflagrazione distrugge gli edifici che si affacciano sulla strada e fa saltare le finestre di tutti quelli circostanti. Lo scoppio, i detriti e le schegge di vetro si abbattono sui passanti. Una decina i morti. Il primo ministro laburista Jens Stoltenberg non era nei suoi uffici. Viene portato in un luogo segreto per alcune ore. Avrebbe dovuto recarsi all’isola di Utoya per portare i suoi saluti ai giovani laburisti in raduno, tra loro anche i suoi figli. Ad andarci è invece l’attentatore.

ottobre 26, 2010

“Con l’Europa guariremo dal male del nazionalismo”, riflessioni per una Serbia europea

di Jasmina Tesanovic

EDITORIALE – È una data storica per la Serbia: la candidatura del governo pro-europeo serbo a far parte dell’Europa Unita è stata accettata. Anche se passerannodiversi anni prima che la Serbia diventi membro della Ue anche ufficialmente, da oggi la vita per noi cittadini serbi cambierà radicalmente. Già un anno fa, quando è stato abolito il visto Schengen le cose sono cambiate: alle frontiere, nelle banche europee, perfino nei tram in Italia, quando i controllori ti chiedono il documento personale. Dopo l’esperienza ventennale di sanzioni, isolamento e crimine legalizzato la Serbia è alla porta dell’Unione, della fortezza della democrazia occidentale con i suoi standard di leggi sul razzismo, sul sistema giudiziario, monetario, sui diritti umani, sui crimini di guerra ecc.