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marzo 21, 2012

Soffia il gelo tra Minsk e Bruxelles

di Davide Denti

Le relazioni tra l’Unione Europea e la Bielorussia non si sono più riprese a seguito delle elezioni contestate del dicembre 2010 e della stretta del regime di Minsk sull’opposizione. Ultimo atto: a fine febbraio, a seguito dell’introduzione di ulteriori “sanzioni intelligenti” da parte dell’UE (divieti di transito in area Schengen e congelamento dei beni a più di 200 personalità compromesse con il regime), il regime di Lukashenko ha espulso dal paese l’ambasciatore UE e l’ambasciatore polacco e richiamato i suoi ambasciatori da Bruxelles e Varsavia.  Come risposta, il Servizio di Azione Esterna dell’UE ha concertato il ritiro di tutti gli ambasciatori dei paesi membri UE dalla Bielorussia, superando le ritrosie di alcuni stati membri. Leggi il resto dell’articolo

marzo 21, 2012

Londra blocca l’adesione dell’UE alla Convenzione Europea dei Diritti Umani

di Davide Denti

La sede della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, a Strasburgo.

“L’Unione Europea accede alla Convenzione Europea per la salvaguardi dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali”, statua perentorio l’articolo 6 del rinnovato Trattato sull’Unione. Ma a tre anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’articolo 6 resta inattuato. Certo, non si tratta di un compito semplice: non si è mai vista una integrazione tra due organizzazioni internazionali separate (l’UE e il Consiglio d’Europa, organizzazione “madre” della CEDU), in cui l’UE entrerebbe a far parte in parità con i propri stessi stati membri. Ma le questioni tecniche sono manna per i giuristi, e così già a fine 2011 era pronto un progetto di strumento giuridico per finalizzare l’adesione. Passa Natale, arriva il 2012, eppure nulla si muove. Leggi il resto dell’articolo

gennaio 12, 2012

Ucraina, Yanukovich rimandato a febbraio, slitta l’accordo con l’Unione Europea

di Davide Denti

Rimandato agli esami di riparazione, come uno scolaretto discolo. Il vertice tra l’Unione Europea e l’Ucraina dello scorso 19 dicembre si è concluso senza la firma attesa all’accordo di associazione – nonostante Barroso e Van Rompuy, da Kiev, ne abbiano annunciato la conclusione del negoziato. Sulla scelta di Bruxelles ha pesato fortemente, oltre al fatto tecnico che il testo non era ancora formalmente pronto, il caso Tymoshenko, con l’ex premier ancora in prigione, e anzi da poco trasferita al carcere di Kharkiv, nell’est del paese.

dicembre 26, 2011

Integrazione europea, un bene o un male per l’Europa dell’est?

di Davide Denti

Quali sono stati i benefici e i costi dell’integrazione economica tra Europa orientale ed Europa occidentale? E’ vero che i paesi dell’est ci hanno rimesso? o ci hanno rimesso i paesi dell’ovest? E’ il caso di partire da qualche argomento di tipo economico.

Tre argomenti circolavano in particolare nella vulgata pubblica, negli anni attorno all’allargamento, sostenendo che il costo dell’integrazione fosse particolarmente alto, per i paesi dell’Europa occidentale. E’ il caso di riguardarli oggi, in prospettiva, anche per intuire quali sono stati effettivamente i costi e i benefici anche per l’Europa centro-orientale.

settembre 28, 2011

Grecia, era meglio senza?

di Davide Denti

DA BRUXELLES 1981-2011, da trent’anni la Grecia è membro della CEE e dell’UE. Un percorso affrettato, che ha lasciato troppe questioni in sospeso: da Cipro alla Macedonia, alle mancanze della burocrazia e dello stato di diritto. Un “ventre molle” che oggi minaccia l’intera Unione.

Grecia e Turchia, un cammino parallelo

Grecia e Turchia iniziano in parallelo il loro cammino verso l’integrazione europea: nel 1961, appena quattro anni dopo la firma del Trattato di Roma che istituisce la CEE, il Protocollo di Atene segna l’associazione della Grecia alla comunità; poco dopo, il protocollo di Ankara (1963) fa lo stesso per la Turchia. Entrambi i protocolli di associazione hanno un chiaro valore di pre-adesione; i due paesi mediterranei sono considerati di diritto membri della comunità europea che si sta formando.

Tuttavia i rapporti di associazione si raffreddano presto: la Grecia cade nell’instabilità politica a partire dal 1965, con un regime militare che si installa nel 1967; la situazione si disgela solo negli anni ’70: assieme alla Grecia, anche Spagna e Portogallo tornano ai governi civili tra il 1974 e il 1976. Per i tre paesi mediterranei, l’adesione alla CEE rappresenta anche una prospettiva di ancoraggio democratico. La Grecia viene subito ammessa nella Comunità, nel 1981, mentre Spagna e Portogallo devono attendere un periodo di transizione, fino al 1986: Mitterand si era inizialmente opposto, per timore di un annacquamento della CEE. La Turchia, intanto, rimaneva inlista d’attesa.

La questione (irrisolta) di Cipro

Nel frattempo, gli stessi anni vedono incancrenirsi la questione di Cipro: sull’isola, il regime militare greco aveva spinto per un golpe che portasse all’unificazione (“enosis”) con la penisola ellenica. Tale mossa aveva provocato l’intervento in armi della Turchia, una delle potenze garanti di Cipro secondo il trattato di Zurigo del 1959. Anche a seguito della caduta del regime greco e del ritorno di un governo civile ad Atene, Ankara aveva continuato l’occupazione della parte nord dell’isola. Atene nel frattempo continua a sostenere le autorità greco-cipriote.

Dopo un decennio di tranquillità negli anni ’80, i problemi della Grecia riappaiono neglianni ’90 come problemi dell’UE. In primis, Cipro: nel round di negoziati verso l’adesione dei paesi dell’Europa centro-orientale all’Unione, la Grecia impone che sia inserita anche Cipro come contropartita per non bloccare i paesi post-socialisti. Cipro sale così sul treno dell’integrazione europea, senza che alcuno dei suoi problemi politici, economici e sociali sia stato risolto. Arraffazzonato in tutta fretta il piano Annan, questo viene silurato dalla scelta di tenere il referendum sulla riunificazione dopo l’ingresso nell’UE, anziché prima: così che i greco-ciprioti votano no, ed oggi dalla posizione di forza di paese membro possono mettere il vetoad ogni ulteriore negoziato di adesione della Turchia, che si sta stufando di attendere.

Il veto sulla Macedonia

In secondo luogo, la Macedonia: a partire dall’indipendenza, neanche troppo voluta, della repubblica jugoslava di Macedonia nel 1995, Atene si oppone in ogni sede a che il nuovo stato utilizzi il nome di Macedonia e si riallacci alla tradizione ellenistica di Alessandro Magno: secondo i governanti greci, si tratterebbe di un attentato alla tradizione greca da parte della popolazione slava e albanese della repubblica di Skopje, oltre che di una possibile futura rivendicazione territoriale sui più ampi territori della Macedonia storica. E così, Skopje deve farsi chiamare FYROM all’ONU, ha il suo ingresso nella NATO bloccato sin dal 2009, e i negoziati per l’ingresso nell’UE non sono mai iniziati, seppure l’Unione abbia concesso nel 2005 al paese lo status di candidato. Il tutto, per l’impuntatura di Atene.

Trattamento disumano ai richiedenti asilo

Ma non sono solo i nodi geopolitici a venire al pettine: con la sentenza M.S.S. controBelgio e Grecia, del 2009, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) hacondannato i due stati per il trattamento disumano e degradante subito abitualmente dai richiedenti asilo nel paese ellenico. Così è stata messa la parola fine alla presunzione di parità degli standard di trattamento di rifugiati e richiedenti asilo nei paesi Schengen: secondo il regolamento UE “Dublino-2”, infatti, il primo paese di ingresso di un richiedente asilo è il paese competente a trattarne la domanda, e tale persona può esservi rispedita se viene trovata altrove.

Un’economia alla sfascio (dell’euro)

Infine, e questione non da poco, i conti economici: la Grecia è oggi il paese dell’UE a maggior rischio di bancarotta. Entrata nella prima fase dell’euro per il rotto della cuffia nel 2002 (secondo alcuni solo grazie ad aver truccato i conti), Atene rischia oggi di far fallire l’intera moneta unica a causa dell’enorme debito pubblico accumulato, e tenuto nascosto per anni dai governi del partito Nuova Democrazia.

Cipro, Macedonia, euro e rifugiati. A vedere i grattacapi che Atene dà oggi all’Unione, viene da chiedersi: non sarebbe stato meglio fare senza?

settembre 15, 2011

Una guerra in Europa? Lo dice la banca Ubs, e il subconscio polacco

di Davide Denti

«Stavamo parlando della crisi in Eurolandia. Mi ha detto: ‘Sai, dopo tutte queste scosse politiche, crisi economiche, è molto raro che nei prossimi 10 anni potremo evitare una guerra ‘. Una guerra,  signore e signori. Sto seriamente pensando di chiedere una Green Card per gli Stati Uniti per i miei figli».

Così Jacek Rostowski, ministro delle finanze della Polonia, paese presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea, di fronte al Parlamento Europeo, richiamando un dialogo con un amico banchiere. Rostoweski commentava così unrapporto della banca svizzera UBS sui costi di un eventuale collasso della moneta unica, secondo il quale, storicamente, le unioni monetarie non si spezzano senza unaguerra civile o una reazione autoritaria.

luglio 15, 2011

Cos’è l’Osce e come rinnovarla. Indicazioni da Belgrado

di Davide Denti

Il 10 luglio si è chiusa a Belgradola sessione annuale dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. I documenti approvati dai deputati, delegati dai diversi paesi membri dell’Organizzazione, danno l’idea delle sfide che l’organizzazione si trova ad affrontare.

L’OSCE è nata negli anni ’70, come Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), un forum di dialogo est-ovest attraverso il quale l’Unione Sovietica puntava ad ottenere il riconoscimento della propria egemonia sull’Europa orientale, mentre i paesi occidentali intendevano costringere Mosca ad accettare meccanismi internazionali di sorveglianza sul rispetto dei diritti umani all’est, incarnati nelle tre dimensioni (sicurezza, economia, diritti umani) della Dichiarazione di Helsinki del 1975. A partire dagli anni ’90 l’OSCE si rinnova, da forum diplomatico diventa un’organizzazione internazionale dotata di organi stabili, pur non essendo basata su un Trattato vincolante, e restando quindi attiva solo in base alla volontà politica dei suoi stati membri. Proprio per questo, l’azione dell’OSCE si basa sulla regola del consenso tra tutti gli stati membri, ossia ciascun paese è dotato di diritto di veto e ogni azione va perseguita all’unanimità. L’OSCE è intervenuta laddove altre organizzazioni quali ONU e UE, per mancanza di mezzi o di credibilità, non hanno potuto agire: nel 1995 il trattato di Dayton le affida il compito di organizzare il processo elettorale in Bosnia. Altri teatri di intervento dell’OSCE includono i conflitti dello spazio post-sovietico: TransnistriaAbkhazia e Sud OsseziaNagorno-Karabakh.

L’azione dell’OSCE nel contesto della guerra fredda è stata spesso considerata un successo, tanto che la struttura tripartita di dialogo diplomatico è stata presa a modello per successive iniziative quali il Processo di Barcellona per il Mediterraneo (1995) e il Patto di Stabilità per l’Europa Sud-Orientale (1999). In Bosnia e neiBalcani Occidentali l’OSCE ha avuto successo nel seguire i processi elettorali dei nuovi stati e nello stabilire misure regionali di cooperazione a livello militare, verso il progressivo disarmo degli stati post-jugoslavi. Minori successi ha potuto raccogliere nello spazio post-sovietico, tra conflitti irrisolti e paesi ancora molto indietro sulla via della liberalizzazione politica ed economica, e dove spesso il peso della posizione russa è stato preponderante. Tuttavia, l’OSCE resta l’unica organizzazione a includere tutti i paesi post-sovietici dell’Asia Centrale (oltre che la Bielorussia) sotto lo stesso ombrello con UE, USA e Canada, e a poter intervenire in caso di chiare violazioni dei loro impegni in tema di diritti umani.

Negli anni 2000, terminato l’impegno nei Balcani e non riuscendo a conseguire progressi in Europa orientale, Caucaso e Asia centrale, oltre che a causa dellarinnovata conflittualità tra Russia e Stati Uniti culminata nella guerra in Georgia, l’OSCE si è trovata a rischio di progressiva marginalizzazione sulla scena internazionale. Dopo l’ultimo vertice ad alto livello tenutosi ad Istanbul nel 1999, gli stati membri dell’OSCE si sono ritrovati ad Astana in Kazakhstan nel 2010, ma i risultati del vertice sono apparsi sottotono rispetto alle aspettative. La riunione di Belgrado dell’Assemblea Parlamentare ha cercato di indicare alcune strade per riprendere l’iniziativa, con un documento che si sofferma sulle tre dimensioni dell’OSCE, e si dilunga poi su una serie di temi specifici e trasversali, inclusa la situazione in Bielorussia e in Moldavia.

Nella dimensione politico-militare, l’assemblea invita l’OSCE in primo luogo a rafforzare e politicizzare il ruolo del Segretario Generale dell’organizzazione, affinché affianchi il ministro degli esteri del paese presidente a rotazione per rappresentare l’organizzazione; inoltre incoraggia la trasparenza e l’apertura delle riunioni del Consiglio permanente, formato dai ministri degli esteri, e raccomanda il superamento della regola del consenso, almeno nelle questioni amministrative e di bilancio.

Nella seconda dimensione (scienza, tecnologia e ambiente) l’assemblea auspica che l’OSCE prenda posizione sui temi della sicurezza alimentare, della sicurezza energetica, e che continui il lavoro iniziato nel 2010 a Oslo sul tema delle migrazioni.

Infine nella terza dimensione, relativa a democrazia e diritti umani, e di cui era relatore il deputato italiano radicale Matteo Mecacci, l’assemblea parlamentare invita il Consiglio permanente a tenere alta l’attenzione sul rispetto dei diritti umani e degli standard democratici nell’area dell’OSCE, attraverso le missioni OSCE sul campo e attraverso l’aggiornamento del “meccanismo di Mosca”, uno dei tre meccanismi diplomatici di reazione in caso di mancato rispetto degli impegni sui diritti umani. Tale iniziativa, introdotta nel 1991 e che prevede l’invio di missioni di esperti sul terreno per verificare e proporre soluzioni a casi di gravi e persistenti violazioni dei diritti umani, era stata proposta nel 2011 da parte di 14 stati OSCE (non l’Italia) nel caso delle violenze post-elettorali in Bielorussia, ma la Bielorussia aveva rifiutato di accogliere il personale OSCE. Infine, l’assemblea chiede al Consiglio permanente (che si riunisce settimanalmente a porte chiuse) di tenere riunioni bisettimanali sulla situazione dei diritti umani, che siano aperte al pubblico e alla stampa, e che prevedano la partecipazione delle ONG.

Sulla situazione in Bielorussia, l’assemblea OSCE condanna la mancanza di cooperazione del governo di Minsk, che ha rifiutato di accogliere una missione OSCE di accertamento dei fatti e che ha ordinato la chiusura dell’ufficio OSCE a Minsk subito che le elezioni erano state definite non libere. Inoltre, il regime di Lukashenko viene richiamato per tutto ciò che concerne la libertà di espressione e di associazione, con l’intimazione a mettere in atto le raccomandazioni contenute nel Rapporto OSCE relativo al meccanismo di Mosca, reso pubblico a giugno 2011.