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settembre 28, 2011

Grecia, era meglio senza?

di Davide Denti

DA BRUXELLES 1981-2011, da trent’anni la Grecia è membro della CEE e dell’UE. Un percorso affrettato, che ha lasciato troppe questioni in sospeso: da Cipro alla Macedonia, alle mancanze della burocrazia e dello stato di diritto. Un “ventre molle” che oggi minaccia l’intera Unione.

Grecia e Turchia, un cammino parallelo

Grecia e Turchia iniziano in parallelo il loro cammino verso l’integrazione europea: nel 1961, appena quattro anni dopo la firma del Trattato di Roma che istituisce la CEE, il Protocollo di Atene segna l’associazione della Grecia alla comunità; poco dopo, il protocollo di Ankara (1963) fa lo stesso per la Turchia. Entrambi i protocolli di associazione hanno un chiaro valore di pre-adesione; i due paesi mediterranei sono considerati di diritto membri della comunità europea che si sta formando.

Tuttavia i rapporti di associazione si raffreddano presto: la Grecia cade nell’instabilità politica a partire dal 1965, con un regime militare che si installa nel 1967; la situazione si disgela solo negli anni ’70: assieme alla Grecia, anche Spagna e Portogallo tornano ai governi civili tra il 1974 e il 1976. Per i tre paesi mediterranei, l’adesione alla CEE rappresenta anche una prospettiva di ancoraggio democratico. La Grecia viene subito ammessa nella Comunità, nel 1981, mentre Spagna e Portogallo devono attendere un periodo di transizione, fino al 1986: Mitterand si era inizialmente opposto, per timore di un annacquamento della CEE. La Turchia, intanto, rimaneva inlista d’attesa.

La questione (irrisolta) di Cipro

Nel frattempo, gli stessi anni vedono incancrenirsi la questione di Cipro: sull’isola, il regime militare greco aveva spinto per un golpe che portasse all’unificazione (“enosis”) con la penisola ellenica. Tale mossa aveva provocato l’intervento in armi della Turchia, una delle potenze garanti di Cipro secondo il trattato di Zurigo del 1959. Anche a seguito della caduta del regime greco e del ritorno di un governo civile ad Atene, Ankara aveva continuato l’occupazione della parte nord dell’isola. Atene nel frattempo continua a sostenere le autorità greco-cipriote.

Dopo un decennio di tranquillità negli anni ’80, i problemi della Grecia riappaiono neglianni ’90 come problemi dell’UE. In primis, Cipro: nel round di negoziati verso l’adesione dei paesi dell’Europa centro-orientale all’Unione, la Grecia impone che sia inserita anche Cipro come contropartita per non bloccare i paesi post-socialisti. Cipro sale così sul treno dell’integrazione europea, senza che alcuno dei suoi problemi politici, economici e sociali sia stato risolto. Arraffazzonato in tutta fretta il piano Annan, questo viene silurato dalla scelta di tenere il referendum sulla riunificazione dopo l’ingresso nell’UE, anziché prima: così che i greco-ciprioti votano no, ed oggi dalla posizione di forza di paese membro possono mettere il vetoad ogni ulteriore negoziato di adesione della Turchia, che si sta stufando di attendere.

Il veto sulla Macedonia

In secondo luogo, la Macedonia: a partire dall’indipendenza, neanche troppo voluta, della repubblica jugoslava di Macedonia nel 1995, Atene si oppone in ogni sede a che il nuovo stato utilizzi il nome di Macedonia e si riallacci alla tradizione ellenistica di Alessandro Magno: secondo i governanti greci, si tratterebbe di un attentato alla tradizione greca da parte della popolazione slava e albanese della repubblica di Skopje, oltre che di una possibile futura rivendicazione territoriale sui più ampi territori della Macedonia storica. E così, Skopje deve farsi chiamare FYROM all’ONU, ha il suo ingresso nella NATO bloccato sin dal 2009, e i negoziati per l’ingresso nell’UE non sono mai iniziati, seppure l’Unione abbia concesso nel 2005 al paese lo status di candidato. Il tutto, per l’impuntatura di Atene.

Trattamento disumano ai richiedenti asilo

Ma non sono solo i nodi geopolitici a venire al pettine: con la sentenza M.S.S. controBelgio e Grecia, del 2009, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) hacondannato i due stati per il trattamento disumano e degradante subito abitualmente dai richiedenti asilo nel paese ellenico. Così è stata messa la parola fine alla presunzione di parità degli standard di trattamento di rifugiati e richiedenti asilo nei paesi Schengen: secondo il regolamento UE “Dublino-2”, infatti, il primo paese di ingresso di un richiedente asilo è il paese competente a trattarne la domanda, e tale persona può esservi rispedita se viene trovata altrove.

Un’economia alla sfascio (dell’euro)

Infine, e questione non da poco, i conti economici: la Grecia è oggi il paese dell’UE a maggior rischio di bancarotta. Entrata nella prima fase dell’euro per il rotto della cuffia nel 2002 (secondo alcuni solo grazie ad aver truccato i conti), Atene rischia oggi di far fallire l’intera moneta unica a causa dell’enorme debito pubblico accumulato, e tenuto nascosto per anni dai governi del partito Nuova Democrazia.

Cipro, Macedonia, euro e rifugiati. A vedere i grattacapi che Atene dà oggi all’Unione, viene da chiedersi: non sarebbe stato meglio fare senza?

luglio 11, 2011

Parlando di default qualcuno dice Italia. Ma cos’è questa crisi?

di Matteo Zola

Arriva comoda comoda in traghetto, da Santorini o Mikonos, oppure a bordo di una vecchia Fiat Tipo imbarcata al porto di Patrasso. Ma il grosso, il peggio, sta arrivandosu barconi di fortuna, in preda ai flutti dell’Egeo, e non basterà sparargli addosso una volta in vista delle nostre coste. Così, mentre sul tavolo dell’Eurogruppo per la prima volta si discute di possibile default greco, la “crisi del debito” sta arrivando in Italia. Una panzana, dirà qualcuno, le nostre banche sono solide, il nostro debito non è estero. Può darsi, fatto sta che se si punta bene il cannocchiale la si vede arrivare – la crisi -  in sella al Mediterraneo.

luglio 4, 2011

E Tusk guida l’Europa: “Basta ipocrisie, riprendiamo l’allargamento a est”

di Matteo Zola

Dal primo luglio la semestrale presidenza di turno dell’Unione Europea è passata alla Polonia che raccoglie il testimone dall’euroscettica Ungheria. Il tono della presidenza polacca sarà però di tutt’altro tenore. La Polonia ha chiuso il 2010 con unPil in vertiginosa ascesa, + 3%, seconda solo alla Germania, e con un’economia che ha saputo resistere benissimo alla crisi finanziaria. Un piccolo miracolo che ha fatto parlare di “seconda locomotiva” europea. Il premier Tusk ha già messo le cose in chiaro: basta ipocrisie, basta euroscetticismo. Anzi è ora di riprendere l’allargamento a est.

Più e più” nazioni devono aderire all’Unione, ha affermato Tusk, e “i problemi del sud non devono andare scapito dell’est“. E parlando di sud, Tusk intende la crisi greca ma anche la guerra in Libia che ha “riportato al centro il Mediterraneo” svelando però “l’ipocrisia dei membri occidentali”. Ipocrisia di Paesi che “usano il linguaggio dell’egoismo nazionalista e del protezionismo“, colpevoli di erodere il consenso attorno all’Unione con retoriche che, pur non esplicitamente antieuropeiste, sottendono critiche spesso pretestuose al progetto comunitario. E fa i nomi, Tusk; “GermaniaFrancia, Gran Bretagna e Italia, strumentalizzano la crisi greca e l’immigrazione per mettere in discussione Shenghen e il budget europeo. I leader di questi Paesi non capiscono l’idea di Europa“.

La Polonia è il Paese che più di tutti in Europa gode dei benefici dei fondi europei: ben 10 miliardi di euro che ogni anno finiscono nelle casse polacche. La Gran Bretagna ha proposto di ridurre il budget europeo in tempi di crisi, ognuno deve pensare alla sua politica interna, è il messaggio di Londra. Ma Tusk non ci sta, forte di una popolazione che all’80% si dichiara favorevole all’Unione Europea, il premier polacco si permette di tirare le orecchie ai “grandi” del vecchio continente. “Ci umiliate” ha detto riferendosi al summit che, nel febbraio scorso, il cancelliere tedesco Angela Merkel aveva proposto ai soli membri dell’eurozona. Un’eurozona cui la Polonia intende aderire ma senza fretta, prima bisogna “rinforzare l’economia” e con questi chiari di luna come dargli torto. “Cerchiamo di ricordare la vera ragione della crisi attuale” ha detto Tusk. “Dove sono le istituzioni che hanno portato alla crisi finanziaria? Sono a Bucarest o Vilnius, oppure a New York e Londra? Quindi di che cosa stiamo parlando? Se stiamo parlando di prevenire la crisi finanziaria allora non possiamo taglire il bilancio”. Touché.

Il predecessore di Tusk alla semestrale presidenza dell’Unione, l’ungherese Viktor Orban, aveva gravemente criticato l’Ue paragonandola alla Mosca sovietica. E il premier polacco sembra rivolgersi a lui quando dice “sono stato attivista di Solidarnoscquando la Polonia era sotto il controllo di Mosca ed era in vigore la legge marziale. A chi parla di ‘sovranità limitata’ dico che noi siamo stati occupati dalla Russia sovietica e sappiamo riconoscere le forme di limitazione alla libertà, e l’Unione Europea non lo è di certo”.

Quindi basta con gli indugi, la guerra in Libia o la crisi greca (entrambe prodotte “solo da alcuni membri dell’Unione”) non possono andare a scapito dell’allargamento a est: “Qualcuno può spiegarmi perché la Croazia dovrebbe soffrire a causa di Gheddafi? E come si può ancora sostenere, alla luce degli eventi in corso, che i negoziati con la Turchia non siano importanti?”. Senza dimenticare le vicineBielorussia e Ucraina dove “da una parte c’è un dittatore, mentre dall’altra un leader che non brilla per il suo passato democratico”, Paesi che non vanno abbandonati solo perché, al momento, sembrano lontani: “Pensate se trent’anni fa qualcuno avesse detto: ‘in Polonia c’è la dittatura, non c’è niente da fare’. E invece è valsa la pena investire fiducia nel nostro Paese così come oggi è necessario farlo con loro”. E conclude: “Facciamo la guerra per esportare la democrazia in Afghanistan, perché non dovremmo impegnarci anche con Bielorussia, Ucraina, Moldavia o nei Balcani?”.

Sarà un semestre carico di attese, quello polacco, anche e soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Tusk che hanno il merito di far finalmente sentire la voce del bistrattato “est” al sonnolento e sornione “ovest”. Quindi, che dire: suonala ancora, Donald!

maggio 9, 2011

Un’altra Weimar? Atene esca dall’euro

di Matteo Zola

In Europa si aggrottano sopracciglia, si grattano capi, con lunghi silenzi interrogativi. Già perché la Grecia ha chiesto ai partner europei un altro prestito, oltre a quello di 110 miliardi di euro già ricevuto lo scorso maggio tramite il Fondo monetario internazionale, soldi necessari dal momento che Atene non potrà raccogliere capitali sui mercati, che non si fidano. La scorsa settimana si è discusso il da farsi nel corso di una riunione “segreta” dei ministri dell’Economia di alcuni Paesi europei (alcuni, come sempre, quelli che decidono per tutti). Risultato, in Germania sui giornali si ricomincia a parlare di buttare la Grecia fuori dalla zona euro “per rilancire la competitività della sua economia”. I partiti, da destra a sinistra, si dicono d’accordo. Già nel gennaio scorso se ne era parlato, proprio mentre la crisi greca impazzava nelle borse europee.

Il vicolo cieco ellenico

Secondo gli osservatori tedeschi uscire volontariamente dalla moneta unica significa per la Grecia evitare quella “svalutazione interna” che porterebbe a drammatici tagli di salari, disoccupazione endemica, fino al rischio del collasso sociale e della guerra civile. Un’altra Weimar, insomma. Se invece Atene abbandonasse l’euro potrebbesvalutare la propria moneta tornando competitiva.

L’attuale pacchetto di aiuti proviene dall’Fmi, il fondo monetario internazionale che, con le sue ricette di austerità promuove salvataggi di economie disperate. Certo, l’abbandono della moneta unica da parte della Grecia è un gesto tragico ma i piani del Fmi lo sono altrettanto. Ecco quindi il vicolo cieco greco: uscita dall’euro, con ripercussioni economiche; nuovo prestito del Fmi, con altrettante ripercussioni economiche; tracollo e collasso sociale. Non una bella scelta. Con un secondo problema: l’uscita della Grecia potrebbe rappresentare un grave cedimento per l’unità dell’Unione.

Le “cattive ricette” del Fmi

Partiamo dalle “ricette” del Fmi. In origine, con gli accordi di Bretton Woods, il Fondo aveva lo scopo di evitare crisi economiche, favorendo lo sviluppo e mettendo al riparo da svalutazioni della moneta. Il sistema si basava su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro il quale a sua volta era agganciato all’oro. Dopo che nel 1971 il presidente americano Ricahrd Nixon sospese il gold standard (vale a dire la convertibilità del dollaro in oro) il sistema del Fmi cambiò. Oggi l’Fmi è a modello dell’economia neoliberista e si basa sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico. Per questo agisce attraverso tre canali principali: la svalutazione della moneta locale; la riduzione del deficit di bilancio; le privatizzazioni massicce. Questo comporta aumento dell’inflazione, a causa della svalutazione, e quindi l’impoverimento. I tagli di bilancio si concentrano sul settore pubblico, colpendo sanità e istruzione. Le privatizzazioni tolgono qualisiasi controllo ai prezzi delle utenze.

La “dittatura” del Fmi

Il Fondo eroga soldi solo a patto che se ne accettino i piani di aggiustamento economico. Gli Stati che accettano perdono sovranità economica. Le politiche economiche del Fmi sono obbligatorie, e scavalcano la consultazione dei cittadini: lademocrazia ne esce perciò impoverita. I cittadini, esasperati dalla disoccupazione e dall’inflazione, protestano invano. E per questo sempre più violentemente. Diventa allora necessario rafforzare gli organi di sicurezza e reprimere il dissenso. Così la democrazia viene messa ulteriormente in serio pericolo. E’ quanto avvenuto in Colombia, Tunisia, Messico. E’ quanto sta avvenendo nella vecchia Europa, in Grecia, dove le violenze sono sempre maggiori e la repressione della polizia più forte. La Grecia, cuna della democrazia, rischia di vedersela “scippata” dal Fmi.

Che fare? Se questo quadro è esatto, restare nell’euro o uscirne può essere secondario. Anzi, con una valuta locale più debole, gli effetti collaterali delle politiche del Fmi sarebbero forse più gravi.

La disgregazione europea

C’è poi un secondo ordine di problemi: quello della tenuta dell’unità europea che, mai come ora, attraversa un periodo di crisi. Sempre più partiti antieuropeisti e nazionalisti governano gli Stati d’Europa. Lo stallo di Bruxelles è evidente nellamancanza di un disegno politico unitario che vada oltre la semplice unità economica. Il processo di integrazione di nuovi membri è bloccato. La crisi economica erode consensi e produce fratture tra Paesi più e meno ricchi all’interno dell’Unione. Chiedere alla Grecia un passo indietro sembra obbedire alla logiche del disimpegno: nessuna solidarietà tra Stati, un rompete le righe generale. Per chi ancora crede in un’Europa futura è senz’altro l’ora più nera. Superare la crisi economica superando quella politica, potrebbe essere una soluzione: inventare una nuova Europa, con nuovi e più equi organismi, nel nome della coesione. Ma questa classe dirigente europea, prima ancora della volontà, ha la capacità di farlo?

Intanto l’amata ninfa rapita dal toro giace sterile tra le vuote carcasse della finanza globale.

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