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gennaio 24, 2012

CROAZIA: La lunga strada verso l’Unione Europea /2 – Da Sanader all’adesione (2003-2012)

di Nicolò de Fanti

Il 23 novembre 2003 l’Hdz, guidato da Ivo Sanader, vinse le elezioni politiche riprendendosi dopo tre anni la maggioranza al Sabor di Zagabria. La sfida, per il giovane Premier spalatino, era ora quella di  riuscire a riformare il principale partito croato, bollato dalle Istituzioni Europee come ultra-nazionalista e fautore di quella politica monoetnica ed intollerante insostenibile per un paese che intendeva avanzare la sua candidatura Europea.

L’affaire Gotovina e i serbi di Krajina

Bruxelles esigeva dal governo in carica innanzitutto la consegna, al Tribunale Internazionale dell’Aja, degli ufficiali croati rimasti impuniti nel recente conflitto e troppe volte in passato, spalleggiati e protetti dal sistema di potere collegato al partito stesso. L’ingrediente principale nel menù delle richieste europee consisteva infatti nella cattura del generale Ante Gotovina comandante in capo dell’esercito croato durante la famigerata operazione Tempesta.

gennaio 24, 2012

CROAZIA: La lunga strada verso l’Unione Europea /1 – Dall’indipendenza al primo governo Sanader (1990-2003)

di Nicolò de Fanti

L’europeismo antijugoslavo di Tudjman

 Un rapido processo di integrazione in Europa Era proprio questo il quarto dei dieci punti enunciati nel programma con cui Franjo Tudjman ( il Padre della Patria Croata) si presentò al Sabor di Zagabria e alla neonata Repubblica di Croazia il 30 Maggio 1990. Grazie alla vittoria elettorale della sua Comunità Democratica Croata (Hdz) nelle prime elezioni multipartitiche, una volta acquisita la carica di Presidente della Repubblica, il Supremo aveva infatti un’occasione storica irripetibile: la concreta prospettiva di avviare nel paese, quarantacinque anni dopo l’esperienza mono-partitica comunista, una rapida democratizzazione indirizzandolo verso una virata democratica- europeista.

gennaio 4, 2012

Fuori la Gran Bretagna dall’Europa. Dentro le pieghe del nuovo trattato

di Matteo Zola

Che cosa esce dal vertice fiume di Bruxelles, durato ben undici ore, e conclusosi nella mattinata di oggi? Esce che l’Europa è sempre quella “vecchia”, con unaGermania quale potenza continentale, una Francia antagonista e partner che ne bilancia la leadership, una Gran Bretagna che chiusa nella sua isola mal sopporta un incremento del potere franco-tedesco, un’Italia che si crede importante, e tanti piccoli stati che si allineano a seconda degli interessi economici in campo. Esce però anche un’Europa “nuova”, che getta le basi per una reale unità politica. Ma queste sono considerazioni – mi si dirà – buone per il caffé della domenica. E siamo solo a venerdì. Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste l’accordo (il fiscal compact, come l’aveva battezzato Mario Draghi) e quali possano essere, al di là delle contrapposizioni di cui sopra, le conseguenze per l’Europa e per il nostro futuro.

luglio 4, 2011

E Tusk guida l’Europa: “Basta ipocrisie, riprendiamo l’allargamento a est”

di Matteo Zola

Dal primo luglio la semestrale presidenza di turno dell’Unione Europea è passata alla Polonia che raccoglie il testimone dall’euroscettica Ungheria. Il tono della presidenza polacca sarà però di tutt’altro tenore. La Polonia ha chiuso il 2010 con unPil in vertiginosa ascesa, + 3%, seconda solo alla Germania, e con un’economia che ha saputo resistere benissimo alla crisi finanziaria. Un piccolo miracolo che ha fatto parlare di “seconda locomotiva” europea. Il premier Tusk ha già messo le cose in chiaro: basta ipocrisie, basta euroscetticismo. Anzi è ora di riprendere l’allargamento a est.

Più e più” nazioni devono aderire all’Unione, ha affermato Tusk, e “i problemi del sud non devono andare scapito dell’est“. E parlando di sud, Tusk intende la crisi greca ma anche la guerra in Libia che ha “riportato al centro il Mediterraneo” svelando però “l’ipocrisia dei membri occidentali”. Ipocrisia di Paesi che “usano il linguaggio dell’egoismo nazionalista e del protezionismo“, colpevoli di erodere il consenso attorno all’Unione con retoriche che, pur non esplicitamente antieuropeiste, sottendono critiche spesso pretestuose al progetto comunitario. E fa i nomi, Tusk; “GermaniaFrancia, Gran Bretagna e Italia, strumentalizzano la crisi greca e l’immigrazione per mettere in discussione Shenghen e il budget europeo. I leader di questi Paesi non capiscono l’idea di Europa“.

La Polonia è il Paese che più di tutti in Europa gode dei benefici dei fondi europei: ben 10 miliardi di euro che ogni anno finiscono nelle casse polacche. La Gran Bretagna ha proposto di ridurre il budget europeo in tempi di crisi, ognuno deve pensare alla sua politica interna, è il messaggio di Londra. Ma Tusk non ci sta, forte di una popolazione che all’80% si dichiara favorevole all’Unione Europea, il premier polacco si permette di tirare le orecchie ai “grandi” del vecchio continente. “Ci umiliate” ha detto riferendosi al summit che, nel febbraio scorso, il cancelliere tedesco Angela Merkel aveva proposto ai soli membri dell’eurozona. Un’eurozona cui la Polonia intende aderire ma senza fretta, prima bisogna “rinforzare l’economia” e con questi chiari di luna come dargli torto. “Cerchiamo di ricordare la vera ragione della crisi attuale” ha detto Tusk. “Dove sono le istituzioni che hanno portato alla crisi finanziaria? Sono a Bucarest o Vilnius, oppure a New York e Londra? Quindi di che cosa stiamo parlando? Se stiamo parlando di prevenire la crisi finanziaria allora non possiamo taglire il bilancio”. Touché.

Il predecessore di Tusk alla semestrale presidenza dell’Unione, l’ungherese Viktor Orban, aveva gravemente criticato l’Ue paragonandola alla Mosca sovietica. E il premier polacco sembra rivolgersi a lui quando dice “sono stato attivista di Solidarnoscquando la Polonia era sotto il controllo di Mosca ed era in vigore la legge marziale. A chi parla di ‘sovranità limitata’ dico che noi siamo stati occupati dalla Russia sovietica e sappiamo riconoscere le forme di limitazione alla libertà, e l’Unione Europea non lo è di certo”.

Quindi basta con gli indugi, la guerra in Libia o la crisi greca (entrambe prodotte “solo da alcuni membri dell’Unione”) non possono andare a scapito dell’allargamento a est: “Qualcuno può spiegarmi perché la Croazia dovrebbe soffrire a causa di Gheddafi? E come si può ancora sostenere, alla luce degli eventi in corso, che i negoziati con la Turchia non siano importanti?”. Senza dimenticare le vicineBielorussia e Ucraina dove “da una parte c’è un dittatore, mentre dall’altra un leader che non brilla per il suo passato democratico”, Paesi che non vanno abbandonati solo perché, al momento, sembrano lontani: “Pensate se trent’anni fa qualcuno avesse detto: ‘in Polonia c’è la dittatura, non c’è niente da fare’. E invece è valsa la pena investire fiducia nel nostro Paese così come oggi è necessario farlo con loro”. E conclude: “Facciamo la guerra per esportare la democrazia in Afghanistan, perché non dovremmo impegnarci anche con Bielorussia, Ucraina, Moldavia o nei Balcani?”.

Sarà un semestre carico di attese, quello polacco, anche e soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Tusk che hanno il merito di far finalmente sentire la voce del bistrattato “est” al sonnolento e sornione “ovest”. Quindi, che dire: suonala ancora, Donald!