dicembre 29, 2011
di Vittorio Filippi

Schematicamente abbiamo di fronte tre strade possibili. La prima: i Balcani finalmente “smettono di fare i Balcani” (insomma cessano di produrre “troppa storia”, parafrasando Churchill) perchè vengono progressivamente metabolizzati da una efficace integrazione europea. Seconda opzione: l’Europa, troppo indaffarata con i suoi cogenti problemi politico-finanziari, molla i Balcani al loro destino, con il rischio che questi ritornino ad essere quell’”Europa selvaggia” descritta nel passato dai temerari occidentali che si avventuravano in quelle lande. Infine – terza possibilità – il modello Balcani paradossalmente vince, nel senso che è l’Europa a balcanizzarsi fratturandosi in mille rissosità nazionali (se non nazionalistiche).
Ovviamente la terza soluzione (si fa per dire) è esattamente l’opposta della prima. Ma il punto è che se nel periodo che va dai trionfalismi un po’ naif seguiti alla caduta del muro di Berlino fino all’altro ieri l’opzione numero uno sembrava quella facilmente vincente, oggi quest’ultima si scolora, perde credibilità ed appeal lasciando spazio alle opzioni numero due e numero tre. Due strade altamente rischiose, soprattutto la terza che sembrerebbe perfino ricalcare, nel suo decostruire ottuso, un tremendo deja vu, quello jugoslavo di appena vent’anni fa.
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dicembre 26, 2011
di Silvia Padrini
Frontex, questo sconosciuto. La maggior parte dei cittadini italiani ed europei ne sa poco, se non nulla. L’operato del Frontex, invece, andrebbe tenuto sotto riflettori ben accesi. L’agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione tra stati membri in materia di sicurezza ai confini, oltre a mobilitare ingenti risorse e mezzi, ha infatti acquisito nel corso degli ultimi anni unastraordinaria importanza ed un’autonomia alquanto insolita per un’istituzione dell’UE.
Nonostante lo slogan ufficiale annunci “Libertas – Securitas – Iustitia”, il Frontex è stato più volte chiamato in causa dai media –soprattutto quelli indipendenti- per lepalesi violazioni dei diritti umani perpetrate dalla polizia di frontiera ai danni dei migranti intercettati e per le irregolarità nella verifica di sussistenza delle condizioni per la richiesta di asilo politico.
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dicembre 26, 2011
di Davide Denti

Quali sono stati i benefici e i costi dell’integrazione economica tra Europa orientale ed Europa occidentale? E’ vero che i paesi dell’est ci hanno rimesso? o ci hanno rimesso i paesi dell’ovest? E’ il caso di partire da qualche argomento di tipo economico.
Tre argomenti circolavano in particolare nella vulgata pubblica, negli anni attorno all’allargamento, sostenendo che il costo dell’integrazione fosse particolarmente alto, per i paesi dell’Europa occidentale. E’ il caso di riguardarli oggi, in prospettiva, anche per intuire quali sono stati effettivamente i costi e i benefici anche per l’Europa centro-orientale.
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dicembre 26, 2011
di Matteo Zola

Cosa sta succedendo in Ungheria? e come gli eventi magiari possono ripercuotersi in Europa? Budapest è oggi la capitale di un piccolo Paese, spesso ai margini della vita politica internazionale, ma non è sempre stato così e l’antica grandezza ha lasciato residui di grandeur su cui oggi è facile erigere politiche di stampo nazionalistico. Per comprendere i fatti di queste settimane, legati all’approvazione della nuova Costituzione, è necessario fare un passo indietro.
Un anno fa, nell’aprile 2010, si sono tenute le elezioni parlamentari. Tutti abbiamo salutato la vittoria di Fidesz come l’avvento di un partito giovane, europeo, più adatto a farsi interprete dei tempi nuovi rispetto al vecchio e polveroso governo socialista, protagonista di corruttele e legato al passato comunista. Il nuovo premier, Viktor Orban, prometteva ci cambiare il Paese. Fino a quel momento unico elemento di preoccupazione fu Jobbik, partito d’ispirazione fascista che si riferisce al mito della Grande Ungheria con forti connotazioni antisemite, che infine ottenne il 12% dei consensi. In generale Jobbik si fa portavoce dele istanze degli ungheresi d’oltre confine, in Romania, Slovacchia e Croazia, tagliati fuori dai confini del nuovo stato dopo che la Grande Ungheria fu ridimensionata a seguito della Prima guerra mondiale. Paradossalmente la Grande Ungheria, e il regno ungherese dalle origini, fu sempre multiculturale – una scelta obbligata vista l’indifendibilità dei suoi confini – e per questo patria ideale per molte minoranze in fuga, tra cui gli ebrei.
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dicembre 26, 2011
di Luca Bistolfi

Adopero la forma della lettera aperta, rivolta a te e a tutti i lettori e collaboratori di EaST Journal, per affrontare lo spinoso argomento dell’Europa politica ed economica, in modo da non crearti soverchi imbarazzi. In questo momento sono un semplice lettore.
Il mio sostanziale antieuropeismo non è la singola posizione di un giornalista politicamente scorretto. Sono infatti in bella compagnia.
È un peccato che non sia più in vita Mario Spataro, battagliero storico morto cinque anni fa, autore d’importanti e documentati saggi su diverse questioni. Spataro è noto per essersi occupato del caso Priebke e di via Rasella; ma uno dei suoi libri più interessanti e validi è senz’altro Il bavaglio europeista (ed. Settimo Sigillo). Se oggi fosse vivo, Spataro inorridirebbe nel vedere quanto peggiorata sia l’Europa sotto l’aspetto del diritto di critica e di ricerca. Il suo saggio, rapido ma densissimo, non fece altro che descrivere l’allora stato dell’arte e vagamente preconizzare i successivi nodi e infittimenti del bavaglio.
Ma Spataro, ahi lui, era considerato un fascista, e, peggio, un nazista. Ha preso le difese di Priebke (non dal punto di vista ideologico bensì storiografico e giudiziario) e ha ripulito, in via definitiva, la squallida faccenda di via Rasella e delle cave (non fosse, vi prego!) Ardeatine dal lerciume che per decenni si è addensato su quegli episodi. Spataro ha anche scritto un commento al libro di Norman Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Per via di queste posizioni, sappiamo che nella democratica e liberale nostra Patria, e in questa Europa, egli non ha diritto di cittadinanza. E infatti nessuno ne parla, se non in ambienti “di fogna”.
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dicembre 26, 2011
di Matteo Zola

PARTE PRIMA: Uno sguardo d’insieme
Più volte East Journal si è occupato del rimontare dell’estrema destra nell’Europa centro-orientale e balcanica. Mai però, a causa della nostra vocazione geografica, abbiamo dato uno sguardo d’insieme al vecchio continente, pur sapendo che fenomeni simili si stanno verificando anche nella parte occidentale. La motivazione dell’insorgere di estremismi a ovest non è spiegabile con le stesse ragioni con cui finora tutti, anche noi, abbiamo spiegato il fenomeno a est. Vale a dire: l’Europa orientale non ha conosciuto i fascismi di matrice nazionalista, quindi la deriva nazionalista è più facile, tanto più che quei Paesi hanno visto le loro istanze indipendentiste annichilite dall’omologazione sovietica. la “rinascita nazionale” può così degenerare nel nazionalismo esclusivo e violento. A ovest, dove invece si è vissuta l’esperienza dei fascismi, l’atteggiamento dovrebbe essere (semmai) opposto: invece anche in Italia, Francia, Gran Bretagna, Svezia, a farla da padrone è il vecchio saluto romano, pur celato in nuove fogge e colori.
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dicembre 26, 2011
di Gabriele Merlini
Il quindici febbraio duemilaundici è stato festeggiato (esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa) ilventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano millenovecentonovantuno l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia,Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale (il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.) E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrádancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile (di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.) Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.
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dicembre 26, 2011
di Gabriele Merlini

Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala.
L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia (la Slovacchia dal primo gennaio duemilanove) e una di area balcanica, la Sloveniadal duemilasette. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia (in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.) Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.
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dicembre 26, 2011
di Gustavo Zagrebelsky*

“Ognuno di noi è dunque la metà di un umano segato a mezzo, due pezzi da uno solo, in cerca dell’altra metà”, così scriveva Platone nel Simposio narrando di esseri primordiali – forse piuttosto mostruosi ai nostri occhi – che partecipavano del maschio e della femmina. Questi esseri erano potentissimi e superbi tanto da attentare agli Dei, per questo Zeus li punì dividendoli. La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dalgreco súmbolon (dalle radici sym-, “insieme” e bolḗ, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” due parti distinte. Nell’antichità il simbolo era appunto una pietra o un osso che, spezzato, sanciva un patto. Il perfetto combaciare delle due parti testimoniava l’esistenza di un accordo. Il simbolo, quindi, compone l’unità. Le parti si riconoscono sotto il simbolo. L’anello è simbolo, promessa di unità, fede comune, unione delle parti. Senza simbolo sembra che manchi la cosa.
I simboli sono oggetti materiali che rimandano a cose diverse in cui i distinti si uniscono in una forza spirituale che Platone chiamava “eros”. Questo vale anche per la politica.
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dicembre 26, 2011
di Davide Denti

UE: come reagire alla primavera araba e al riconoscimento della Palestina?
Le rivolte democratiche nei paesi arabi sono state seguite da uno appello alla creatività, da parte dell’Europa, per sostenere e ancorare alla democrazia e ai diritti umani i nuovi regimi della sponda sud. L’UE ha risposto in maniera sostanzialmentereattiva, e nonostante i risultati della guerra in Libia, la sua immagine è rimastaappannata. Il mese di settembre, con la sessione ONU che valuterà delriconoscimento internazionale dello stato di Palestina, pone una nuova sfida alla diplomazia europea, che ancora una volta appare presa in contropiede e senza una posizione comune.
Già in febbraio, Bill Emmott aveva fatto appello perché l’Unione Europea aprisse le sue porte alle nuove democrazie mediterranee, idea ripresa su Libération per quanto riguarda la Tunisia. Ma un tale salto in avanti, dall’attuale labile rapporto di vicinato ad una ferma prospettiva di allargamento, appare irrealistico nel breve periodo.
Una simile prospettiva di allargamento dell’UE a sud-sud-est, a fini di ancoraggio democratico, era già stata proposta dal Partito Radicale, nel 1988, come percorso di risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Rilanciata da Berlusconi in una sua captatio benevolentiae a Gerusalemme nel 2010, il tema è rimasto sottotraccia nella maggior parte delle opinioni pubbliche europee, e non ha d’altra parte sortito alcun passo concreto da parte del governo di Tel Aviv.
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dicembre 13, 2011
di Simone Vannuccini

da Eurobull
Non è facile essere tolemaici quando inizia l’era copernicana. Per questo motivo in Europa emergono contraddizioni figlie più delle scelte politiche che dell’azione dei mercati; la variazione degli spreads sul rendimento dei titoli di debito pubblico rappresenta il meccanismo disciplinante più importante per le economie europee, ha detto recentemente Wolfagang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, mentre contemporaneamente ribadiva la necessità di un’unità sempre più stretta fra i Paesi europei. Entrambi gli argomenti sono corretti, anche se all’apparenza sembrano scontrarsi l’un con l’altro: il rialzo dei tassi d’interesse sul debito è senza dubbio l’indicatore della divergenza e del gap esistente fra i diversi “rischio-paese” in Europa, ed è anche l’unità di misura della scommessa contro la tenuta della vacillante costruzione europea. Allo stesso modo è evidente che dalla crisi si esce con più – e non con meno – Europa: i “costi della non-Europa” sarebbero troppo alti, anche per la Germania, così legata a doppio filo (esportazioni e intrecci bancari) ai suoi partner e compagni di viaggio del Vecchio continente. Un primo assaggio di questi costi è la correzione al ribasso delle stime di crescita “cinese” del PIL tedesco. È necessaria più Europa, quindi, per uscire dalla crisi. Peccato che la definizione precisa di cosa significhi “più Europa” resti ancora avvolta dall’incertezza.
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dicembre 13, 2011

Stefano Rossi, classe 1986, da diversi anni membro della sezione di Torino della Gioventù Federalista Europea (Gfe) – gruppo giovanile del Movimento Federalista Europeo – di cui è Tesoriere nazionale e fa parte della Direzione nazionale.
Laureato in giurisprudenza nel 2010 sta facendo la pratica presso uno Studio associato in Torino. East Journal lo ha intervistato sul presente e sul futuro dell’Unione Europea, una voce giovane e impegnata per capire quale destino attende il vecchio continente.
Che cosa vuol dire essere “europeisti” e cosa vuol dire credere in un progetto europeo di tipo federalista? Da dove proviene l’idea federalista europea? Qual è la sua storia?
Essere europeisti significa aderire all’idea di un’Europa unita; questa idea, che è profondamente politica, può essere declinata in molti modi. I federalisti, in particolare, credono che lo strumento concreto per realizzare l’unità europea sia la creazione di una federazione tra gli Stati d’Europa. In un certo senso i federalisti sono europeisti con un progetto politico-istituzionale chiaro e determinato.
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dicembre 13, 2011
di Franco Cardini
da francocardini.net
Europa 2011. Le elezioni finlandesi potrebbero essere la pietra tombale sull’Unione Europea. La maggioranza dei finnici non vuol saperne di portare una parte del peso che dovrebbe servir a dar una mano a quei terroni dei portoghesi. Figurarsi che cosa si pensa, nel paese di Aalto e di Sibelius, di quegli altri terroni degli spagnoli, dei greci, degli italiani, anch’essi in difficoltà. Frattanto irlandesi, islandesi e svedesi danno a loro volta sfogo al loro malumore.
I tedeschi, dal canto loro, mandano a dire di non aver alcuna voglia di accollarsi una parte del peso e dei costi per i tunisini che arrivano in Italia: e ricordano, poco generosamente ma molto realisticamente, che quando furono sommersi dai kosovari dovettero cavarsela da soli.
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dicembre 13, 2011
di Giuseppe Mancini e Matteo Zola

Il dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è di quelli che accendono gli animi. Il fronte del “no”, che finora ha avuto la meglio, è eterogeneo e diversi sono gli ordini di problemi: in primis c’è il fatto che la ripartizione dei seggi al Parlamento europeo è basato sulla popolazione, tanto più popoloso è uno Stato, tanti più seggi avrà. Oggi la Germania è il paese con più seggi, ben 96. La Turchia, con una popolazione pressoché pari a quella tedesca, si troverebbe ad avere molti (troppi, secondo alcuni) seggi. Tanto più, e questo in secundis, che la Turchia è un paese musulmano e l’Europa in cerca d’identità non sembra in grado di accettare il proprio retaggio islamico.
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dicembre 13, 2011
di Valerio Pierantozzi
Franco Cardini, storico e saggista, specializzato nello studio del Medioevo. Si definisce “cattolico e tradizionalista” ma non ama le etichette: “Da anni non mi considero né mi autoqualifico più di destra, la mia tensione verso la giustizia sociale e il mio convinto europeismo m’impediscono di provar la minima simpatia per una destra che ormai ha scelto quasi all’unanimità il liberismo e l’atlantismo più sfrenati e che sovente ostenta anche un filocattolicesimo peloso e strumentale». In gioventù è stato iscritto al Movimento Sociale Italiano, poi alla Jeune Europe, il movimento transnazionale fondato da Jean Thiriart. Fa parte del comitato dei garanti di Biennale Democrazia. East Journal l’ha intervistato sul tema delle radici islamiche dell’Europa, tema attuale in un continente che sempre più rifiuta il dialogo con il mondo musulmano, dentro e fuori i confini europei.
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dicembre 13, 2011
di Slavoj Žižek
Dieci anni fa, quando la Slovenia era sul punto di entrare nell’Unione europea, uno dei nostri euroscettici suggerì una perifrasi di una barzelletta dei fratelli Marx: “noi sloveni abbiamo un problema? Entriamo nell’Unione europea! Avremo ancora più problemi ma ci sarà l’Ue a farsene carico!” È così che molti sloveni percepiscono oggi l’Unione: fornisce un po’ d’aiuto ma porta anche nuovi problemi (regolamenti e multe, richieste finanziare per aiutare la Grecia, eccetera). Ma allora, vale la pena difendere l’Unione europea? La vera domanda, ovviamente, è un’altra: quale Unione europea?
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dicembre 13, 2011
Pubblichiamo quest’intervista, gentilmente concessa dagli amici dell’associazione torinese Acmos, sul tema della guerra e della violenza. Temi collaterali al nostro dibattito sul futuro dell’Europa (sull’argomento Zizek ha già detto questo) ma che si collocano in posizione di continuità rispetto all’Europa “armata, indipendente e autarchica” di Massimo Fini e all’idea, di Norberto Bobbio, già di Einaudi, che la società democratica si componga necessariamente di lotta. Quanto questa lotta possa esser violenta è altro discorso. E quanto la violenza sia necessaria… beh, sentiamo Zizek
di Elena Falco

da Acmos
Domanda difficile, e tuttavia ineludibile. L’articolo 11 della nostra Costituzione proibisce la risoluzione dei conflitti tramite la guerra. Eppure, siamo in guerra. Un articolo costantemente disatteso, uno scollamento radicale fra la realtà e la legge. Al punto da insinuare una domanda: è possibile una politica estera che prescinda dalla guerra? L’abbiamo chiesto a Slavoj Zizek, filosofo sloveno, l’intellettuale più richiesto e urticante della scena attuale.
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dicembre 13, 2011
di Luca Bistolfi
intervista a Ida Magli, classe 1925, storica e antropologa autrice – tra l’altro – di La dittatura europea. Una voce critica e radicale, troppo spesso censurata, capace di portare argomenti che è invece necessario ascoltare e dibattere.
Qual è la Sua idea di Europa?
Io non ho nessuna “idea di Europa” perché non è mai esistita un’Europa se non come territorio geografico. Quello che è sempre esistito sono le nazioni, le lingue, i popoli, con i loro nomi a cominciare dai Romani, i Galli, gli Iberici, etc. È questo il motivo fondamentale per cui il progetto d’unificazione europea era sbagliato fin dall’inizio.
Secondo alcuni analisti politici, l’Europa sarebbe davanti a una crisi nella quale crescono o si manifestano nuovamente fenomeni come il nazionalismo e un forte antieuropeismo. Come giudica questo?
La crisi è evidente, ma in realtà la chiamano “crisi” i politici che avevano voluto costruire l’unione europea senza consultare i popoli. Quello che oggi si vede chiaramente, quindi, non è la crisi bensì il giudizio negativo dei popoli e la debolezza di una costruzione cui manca qualsiasi forza vitale proprio perché mancano i popoli. Il “nazionalismo” è l’amore naturale di ogni popolo per la propria terra, la propria patria, la propria lingua, la propria storia, etc. Averlo voluto cancellare per costruire l’unificazione europea è un crimine di cui i governanti sono responsabili davanti alla storia.
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dicembre 13, 2011
di Elena Scaltriti
Immaginate di svegliarvi una mattina e ritrovarvi su una spiaggia: sdraiati pancia all’aria, sole a picco, sciabordio delle onde nelle orecchie. Uno scenario niente male (e anche un miraggio, per quanto mi riguarda). Immaginate poi di provare ad alzarvi e sentire qualcosa che fa resistenza, tanti legacci attorno al corpo e una corona di tiranti a bloccarvi la testa al suolo. E come se non bastasse, un manipolo di gente alta non più di una pannocchia si scaglia contro di voi in un profluvio di insulti più o meno coloriti, quando non è impegnata a pungolarvi con piccole lance delle dimensioni di uno stuzzicadenti. Frustrante, vero? Ma non è questo il punto. Il punto è che questa scena funziona in una miriade di contesti. Arrivi al confine con la Croazia e scopri che la tua carta d’identità non è valida per l’espatrio? Sei Gulliver legato sulla spiaggia (non croata, evidentemente). Un imprenditore brianzolo diventa presidente del consiglio per la millantesima volta e ti chiedi perché la tua X in matita copiativa su un foglio ripiegato non abbia indicato il tesoro? Sei Gulliver legato sulla spiaggia, oltre che un comunista pieno d’odio e di invidia. L’Unione Europea sogna di gestire una politica economica comune e viene prontamente investita dalle proteste dei paesi membri? È anch’essa Gulliver legato sulla spiaggia.
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dicembre 13, 2011
Massimo Fini non ha certo bisogno di presentazioni, giornalista, attualmente scrive sulle colonne del Fatto Quotidiano. Già inviato dell’Europeo negli anni ’70, nel 1978, in collaborazione con Walter Tobagi e Franco Abruzzo ha fondato la componente sindacale “Stampa democratica”. Pensatore ribelle, capace di svelare le contraddizioni delle nostre società “occidentali”, ha esordito nel 1985 con “La ragione aveva torto?”. Progressivamente avvicinatosi al pensiero di Alain De Benoist, oggi Fini è un campione della lotta al pensiero unico. East Journal l’ha intervistato sul tema del futuro dell’Unione Europea.
di Luca Bistolfi e Matteo Zola

Che cos’è l’Europa, un’espressione geografica, un’utopia politica, una dittatura economica, o cos’altro?
E’ un’Utopia giusta ma costruita nel modo sbagliato. Si è partiti dall’economia per arrivare alla politica invece che fare il contrario. Dico che l’Europa deve essere unita, nucleare, armata e autarchica. Quando dico “nucleare” e “armata” intendo che deve liberarsi dalla sudditanza americana, da quell’alleanza sperequata che aveva senso ai tempi della Guerra Fredda ma oggi non serve a nulla, provvedendo da sé alle proprie necessità. Le condizioni sono radicalmente cambiate ed è interesse di noi europei rivedere i termini di quell’alleanza nata in un contesto tanto diverso e probabilmente scioglierla. Quando nel 1992 Kohl e Mitterrand cercarono di far nascere l’Eurocorp, un corpo d’armata franco-tedesco aperto alla partecipazione degli altri Paesi della Cee, l’allora segretario di stato Baker dichiarò senza mezzi termini che “gli Stati Uniti sono contrari anche alla sola ipotesi di una forza militare europea indipendente”. E il progetto abortì. È venuta l’ora di riprenderlo. Quindi dico “autarchica” poiché l’Europa ha risorse per fare da sola, certo questo comporta dei costi, potrebbe portare a un impoverimento se ragioniamo con gli schemi economici invalsi. Ma, dico io, che bisogno abbiamo di ingrassare ancora? Piuttosto dobbiamo smagrire, distribuendo diversamente le risorse e sottraendoci dagli esiti peggiori della globalizzazione.
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